Chi passa oggi da San Benedetto dei Marsi, vede soltanto un magnifico arco di pietra che si affaccia sulla piazza e sul cielo aperto. Ma la mia memoria va molto piĂš lontano.

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Tanto tempo fa, dietro le mie spalle non câera il vuoto. Si alzava una cattedrale immensa, solenne, con le navate maestose: era la grande Cattedrale di Santa Sabina, la chiesa madre di tutta la terra dei Marsi e la dimora del Vescovo. Da ogni villaggio la gente camminava per ore pur di oltrepassare la mia soglia.

Poi arrivò la mattina tremenda del 1915, quando la terra tremò con un boato spaventoso e fece crollare le mura, le colonne e gli altari. Di tutta quella meraviglia rimasi in piedi soltanto io, scolpito su questa porta, custode fedele di una storia che nessun terremoto avrebbe mai potuto cancellare.
âE tra i ricordi che custodisco, ce nâè uno che risplende piĂš di tutti gli altri.
âEra un giorno di tanti secoli fa quando vidi comparire un viandante minuto, avvolto in un saio rattoppato e con i piedi impolverati dal lungo cammino: era Francesco dâAssisi. Non viaggiava a cavallo, non indossava sete nĂŠ armature, ma portava negli occhi una luce limpida, capace di rasserenare persino i cuori piĂš duri.
âA metterlo per iscritto fu un suo compagno e carissimo amico, fra Tommaso da Celano.

Tommaso era nato proprio qui, tra le montagne della Marsica. Era un uomo sapiente, uno scrittore straordinario: quando conobbe Francesco decise di seguirlo, diventando il primo al mondo a intingere la penna nellâinchiostro per raccontare la sua vita e i suoi prodigi. Nei suoi antichi manoscritti, fra Tommaso annotò che frate Francesco, passando attraverso le terre dâAbruzzo, volle fare una sosta speciale per rendere omaggio e salutare il Vescovo dei Marsi.

âSe chiudo gli occhi, mi sembra ancora di vederlo quel momento. La mia memoria di pietra non sa dire con esattezza il giorno o lâanno preciso, e nemmeno se quel saluto affettuoso sia avvenuto proprio allâinterno delle maestose navate di Santa Sabina o se si siano incrociati poco fuori, lungo la via. Ma a me piace pensare che Francesco abbia posato la sua mano su questo arco, che abbia varcato la mia soglia e che la sua voce mite sia risuonata sotto le antiche volte della nostra cattedrale.

âFrancesco camminava leggero sulla terra, parlava ai lupi nei boschi, si fermava a predicare agli stormi di uccelli e chiamava il Sole âfratelloâ e la Luna âsorellaâ. Insegnava la pace autentica, la gioia perfetta e lâamore per ogni creatura, grande o minuscola. Per questa sua grandezza dâanimo, molti secoli dopo, nel 1939, lâItalia lo proclamò suo Patrono, la guida spirituale dellâintera nazione.

âOra che si apre un periodo di eventi e celebrazioni a lui dedicate, sento un fremito speciale correre lungo i miei rilievi di pietra. Ricorrono gli ottocento anni dalla sua salita al cielo, e proprio questâanno il 4 ottobre torna a essere a tutti gli effetti un giorno di festa nazionale: una giornata per fermarsi, guardarsi negli occhi e ricordarsi del suo messaggio di pace e fratellanza.Â

âNelle prossime settimane accompagnerò chiunque vorrĂ ascoltare attraverso i suoi passi e le sue parole, fino alla sera in cui rievocheremo il suo transito, quando si addormentò in pace mentre le allodole cantavano verso il cielo.

Ogni volta che il vento soffia tra le fessure del portale, mi sembra di riascoltare i suoi passi lenti e quel saluto antico, rimasto per sempre custodito nella memoria della nostra terra.



